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[italiano] Primo giorno di cammino
Nòvas d'Occitania -
Mon, 15/06/2009 - 11:00
La val Roja, terra di confine, paradiso degli stranieri
[italiano] Comunicato stampa
Nòvas d'Occitania -
Mon, 01/06/2009 - 11:00
"Le valli occitane a piedi"
[italiano] Tappa 13
Nòvas d'Occitania -
Mon, 01/06/2009 - 11:00
Questa mattina scendiamo il lungo vallone di Rio Freddo, devastato dalle slavine che hanno sradicato larici vecchi di 200 anni. A memoria d'uomo non si ricorda un inverno così duro, con eventi così funesti. Interi versanti sono erosi, tutti gli alberi abbattuti. Alcuni uomini sono al lavoro lungo la strada, tra tronchi accatastati e montagne di ramaglie. La valle è di proprietà del comune di Vinadio, che ha concesso ai privati di prendersi la legna, pagando un contributo simbolico, in cambio di un minimo di pulizia e manutenzione. Ma è ben altro quello che ci vorrebbe, ci dicono. Bisognerebbe piantumare i versanti più feriti, per evitare ulteriori danni alle prossime piogge. Poco oltre una mandria di vacche piemontesi è confinata in un recinto. Tronchi, ramaglie e sassi portati dalle slavine hanno molto ridotto i loro pascoli abituali.La sensazione di chi vive in queste valli è quella di essere soli, e che non c'è comprensione, da parte di chi vive nelle città e di chi decide, su un evento - le nevicate dello scorso inverno e le loro conseguenze - che tutti qui vivono come un lutto. La perdita di un bosco, di alberi centenari, di pascoli storici è un colpo duro a quei pochi che ancora scommettono sulla montagna e si fanno faticosamente carico della manutenzione di questo territorio.
[italiano] Un inverno da dimenticare
Nòvas d'Occitania -
Mon, 01/06/2009 - 11:00
Ieri ultimo giorno di cammino nel Parco delle Alpi Marittime prima di scendere verso la valle Stura. Il torrente Gesso per tutta la notte ci ha tenuto compagnia, con il suo incessante scorrere. La musica dell'acqua accompagna anche nel vallone del Valasco, che risaliamo tra le devastazioni portate dalle valanghe. Dalla dimensione dei tronchi spezzati e sradicati, si intuisce la potenza degli eventi, che hanno, ovviamente, spazzato via ponti e piegato come fossero di gomma le putrelle di sostegno delle passerelle sul sentiero. Il cammino è tranquillo solo fino alla reale casa di caccia nella valle del Valasco, con le sue torrette, edificio irreale sul vasto alpeggio dove pascolano alcune vacche. Fino a qualche anno fa era in rovina, per molto tempo fu utilizzato come stalla. Ora è stato restaurato; sono in corso lavori di manutenzione al tetto e alle torrette. Nella corte interna ieri vi sostava un gruppo di ragazzi, che vi hanno trascorso qualche giorno, impegnati in attività in natura, come si intuisce dagli scarponi messi ad asciugare alle finestre. Salendo il cammino si fa impegnativo, tra cataste di ramaglia, con guadi a rischio di bagno in acque gelide. La neve ancora non si è sciolta e si cammina su nevai, senza sapere bene cosa ci attende oltre il colletto di Valscura (m 2520). Ancora neve, e tanta, ma non gelata, ideale per scendere a salti e scivolare, senza rischi particolari, mentre un gruppo di camosci ci umilia con la loro grazia naturale. A grandi salti sono al di là del nevaio, mentre noi arranchiamo in complicati esercizi di equilibrio, con i nostri zaini pesanti a farci da zavorra e abbassare il baricentro.Al rifugio Malinvern, a cui arriviamo con un breve passaggio alpinistico, per le condizioni del vallone, ancora ostruito da una enorme massa di neve, il gestore è arrivato da appena un giorno, e deve fare i conti con i danni della neve: l'acqua non è potabile, le antenne sono state piegate dalla neve, la strada di accesso è ancora un disastro. Non c'è internet, non c'è campo. Ci godiamo il temporale serale che fa ondeggiare i larici e rende la vetta del Malinvern ancora più cattiva, come se il nome, così poco invitante, non bastasse.
[italiano] La valle dell'acqua
Nòvas d'Occitania -
Mon, 01/06/2009 - 11:00
Entracque è fedele al suo nome. Il torrente Gesso raccoglie lì vari suoi impetuosi affluenti, gonfi di pioggia mentre il cielo annuncia temporale. Fortunatamente, dopo una serata di pioggia battente, questa mattina il cielo era sereno, propizio per la salita al colle di Fenestrelle e al Lago Chiotas. Un lago artificiale: tanta acqua non poteva non interessare l'Enel, che qui ha costruito un imponente sistema di captazione per la produzione di energia idroelettrica. La montagna è attraversata da tunnel e gallerie, che convogliano rii e torrenti verso i bacini e le centrali. Il nostro percorso ci porta per il secondo giorno nel cuore del Parco delle Alpi Marittime, nella wilderness del massiccio dell'Argentera. Dal colle di Fenestrelle, ancora innevato, appare questa montagna aspra, impervia. Un gruppo di stambecchi sosta indisturbato davanti al rifugio Genova. Sono prevalentemente femmine e giovani, incuriositi dalla presenza umana. Ma la storia di questo territorio non è solo natura selvaggia e i grandi impianti idroelettrici. Se si va indietro nel tempo, almeno fino alla prima guerra mondiale, si scopre che altre, e molto diversificate erano le risorse del territorio. Prima di tutto c'erano le pecore, come ovunque sulla montagna cuneese. A partire dal XVIII secolo la lana veniva lavorata. Si fabbricavano panni e feltri, e le gelide acque del Gesso alimentavano i folli e infeltrivano la lana. I panni, molto pesanti, erano stesi al sole su terrazzamenti formati da letti di ghiaie permeabili. Ancora c'è traccia di questi manufatti, come rimangono i toponimi che ricordano folli e fabbriche, poi trasformate in stalle. Con la prima guerra mondiale l'attività manifatturiera in valle Gesso sparì, perché - pare - il governo requisì tutta la lana per farne divise. Un'arte perduta, un'industria di cui si è smarrito il "know how". Forse converrebbe recuperare queste conoscenze, sia perché fanno parte della storia di un territorio, sia perché non è detto che non tornino utili in futuro, considerando che il petrolio e i suoi derivati non sono risorse infinite.
[italiano] Un camoscio alle terme
Nòvas d'Occitania -
Mon, 01/06/2009 - 11:00
Un camoscio si aggira un po' spaurito davanti al Grand Hotel delle Terme di Valdieri. Esita qualche secondo, valuta se buttarsi nella riva del torrente, poi, saggiamente, risale verso il bosco.E' solo uno del molti animali che abbiamo osservato in questi due giorni. Corna di stambecchi appaiono in controluce sui colli e lungo creste inavvicinabili. Nel bosco giovani femmine di camoscio brucano mansuete, quasi fossero capre domestiche. I guardiaparco che ci accompagnano sostengono che solo lo scorso anno se ne sarebbero visti molti di più. L'inverno passato ha infierito su di loro, decimandoli. Ancora una volta, invece, il lupo si è tenuto ben nascosto, pur lasciando traccia del suo passaggio. Salendo al colle del Chiapous, appena fuori dal rifugio Genova, sulla neve ci sono grosse impronte di due lupi. Sono ben incise nella neve, segno che sono passati non nel cuore della notte, ma la sera, quando la neve ancora non era ancora gelata. Con tutta probabilità, mentre noi cenavamo, il lupo passava a pochi metri. Ce lo siamo perso ancora una volta. L'animale è tra i più elusivi. Tra i guardiaparco, alcuni non sono mai riusciti a vederlo.Intanto abbiamo proseguito il nostro percorso nel cuore del parco, attraversando la bella valle di Lourousa, aspra alla sua testata, sotto l'Argentera, verde e boscosa più in basso. Una mulattiera scende con infinite svolte dal colle fino a Terme di Valdieri. E' un percorso reale, realizzato dai Savoia per le loro esigenze di caccia. Un'opera così monumentale non avrebbe altrimenti molto senso su quelle pietraie, così come sembra fuori scala il Grand Hotel, con i suoi saloni, gli stemmi reali e le lapidi che ricordano il passaggio di teste coronate e magnati dell'industria ai tempi della "belle epoque". C'è un progetto per portare le acque termali più a valle, in modo da renderle accessibili a più utenti. Certo le terme sono lontane dalle vie più battute, ma il fascino di questo luogo sta proprio nella possibilità di incontrare un camoscio davanti alla hall dell'albergo. E ci si domanda perché la piscina termale, dall'acqua caldissima e ristoratrice, non sia affollata da escursionisti di ritorno da qualche gita impegnativa nelle valli selvagge intorno all'Argentera. Coniugare le attività sportive all'aria aperta e il benessere di un tuffo in piscina non dovrebbe essere troppo difficile e forse fornirebbe qualche parziale soluzione agli elevati costi di gestione di questa regale struttura.
[italiano] L' ultimo campo di segale
Nòvas d'Occitania -
Mon, 01/06/2009 - 11:00
La borgata di Pallanfré è ancora visibile, tra i prati, dalla costa di Pianard. Minuscola realtà pastorale, con le sue case restaurate e ornate di gerani, è circondata dalla vera wilderness che attraversiamo su sentieri esilissimi, messi a dura prova da questo scorso inverno di neve abbondante. Sul versante di Entraque la vista spazia sul severo paesaggio della valle Gesso. Appare l'Argentera, cupo sotto le nuvole residue dei temporali delle scorse giornate. Abbiamo lasciato l'ultimo alpeggio, il Gias Garbella, scavalcando le recinzioni elettrificate che delimitano il pascolo di una mandria di vacche piemontesi. Sfuma la musica dei loro campanacci mentre saliamo al colle della Garbella, e sale il vento, ancora gelido in questo giugno piuttosto incerto. Da lì a Trinità di Entracque la presenza dell'uomo è nulla: niente pastori, tracce di sentiero, pascoli utilizzati fino a qualche decina di anni fa e ora abbandonati. Ci infiliamo nell'impervio vallone de la Rejna, chiamato così perché si dice che la regina Giovanna d'Angiò lo frequentasse. La ripidità del luogo, la selvaggia bellezza, non sembra indicata per le passeggiate di una sovrana. Il vallone è ancora occupato dai resti di una valanga che si è portata via alberi, rocce, terra e anche qualche malcapitato animale, come testimonia la carcassa smembrata di un giovane camoscio. Le trasformazioni che questo ultimo inverno hanno inflitto a questo impervio territorio fanno pensare che di anno in anno la wilderness non può che aumentare. Ritroviamo i prati molto più a valle, a Tetti Prer, bella borgata solo in parte abbandonata. Qualcuno ci vive ancora perché c'è un orto e un campo di patate e - addirittura - un minuscolo campo di segale. Già alte e argentee le spighe ondeggiano al vento. I tetti di lamiera della borgata e di quelle più a valle, Tetti Traversa, S. Lucia, erano coperti di paglia di segale. Ci si chiede quanto estese dovevano essere le coltivazioni di questo cereale per coprire tutte quelle case. Scendendo verso Entracque aumentano i prati; si sta facendo il fieno. Un trattore si affretta verso il campo, a imballare prima che piova. La vera sfida per questo territorio è mantenere la presenza di questi ultimi contadini di montagna, i soli che possano accollarsi il compito della manutenzione di questo territorio. Con l'indispensabile aiuto e contributo degli enti locali e del Parco delle Alpi Marittime, in cui siamo entrati ieri al passo di Ciotto Mien.
[italiano] La svendita dell'acqua
Nòvas d'Occitania -
Mon, 01/06/2009 - 11:00
Dalle finestre del rifugio Garelli al Marguareis le nebbie nascondono a tratti le creste affilate di questa montagna, la più alta della Alpi Liguri. Oggi, cammino di montagna vera, negli ambienti carsici del parco delle valli Pesio e Tanaro. Abbiamo lasciato la Liguria ieri, con un aereo percorso di cresta sul monte Saccarello. Ci attendevamo grandi sorprese dalle fioriture di rododendri sul versante settentrionale della montagna. Speranze deluse perché da una parte la fioritura era solo all'inizio, dall'altra perché una pista da sci attraversa tutta la conca e una trincia - un costosissimo macchinario - i rododendri li rasa completamente. Consola il ritrovamento, sul crinale, di escrementi ormai secchi di lupo. A guardare l'ambiente circostante, le estensioni di foresta, le quinte dei crinali che si rincorrono, il lupo ci sta. Se non qui, in quale altro luogo? Consola ancora l'attraversamento del bosco delle Fascette, straordinaria foresta di larici, in lenta evoluzione verso un bosco ad alto fusto di abeti bianchi e faggi: segno che il clima cambia, oppure che questa è la naturale evoluzione di quell'ambiente? Il nostro passaggio veloce non consente indagini più approfondite. Ci illustra il territorio, invece, e con dovizia di dettagli geologici, Massimo Sciandra, guardia del Parco delle valli Pesio e Tanaro. Attraversiamo un ambiente ricchissimo di acque sotterranee, invisibili nelle grotte e nei sifoni, acqua che sparisce nelle doline e riappare altrove, che si scava vie segrete, precluse anche ai più esperti speleologi. Acqua che fa gola a molti. La valle Tanaro è nota per le sua acque minerali: la sete di acqua in bottiglia ha alimentato la vendita alle società produttrici, da parte dei privati, delle molte sorgenti che un tempo servivano i pascoli. Tanti, in passato, si sono lasciati tentare da queste lusinghe: qualche lira in più a fronte di terreni che rendevano veramente poco. Su questi terreni, però, il pascolo è espressamente vietato per motivi igienici. Persa l'acqua, persa la terra e persi anche diritti e consuetudini antichissime.E l'acqua fa gola anche alla costa ligure, che ne ha bisogno soprattutto per irrigare la piana di Albenga e le sue serre.E' allo studio un progetto per una diga alta 90 metri, che raccoglierebbe le acque dei torrenti Negrone e Tanarello.Bisogna sperare che la popolazione della valle si rifiuti, ancora una volta, di svendere per pochi euro le proprie irrinunciabili risorse naturali.
[italiano] Lupi e leggende metropolitane
Nòvas d'Occitania -
Mon, 01/06/2009 - 11:00
Sotto il temporale e la grandine, zuppi d'acqua, impattiamo nella statale del colle di Tenda, a Limone Piemonte, la prima valle occitana che attraversiamo, dopo le isole linguistiche di Olivetta S. Michele, delle Terre Brigasche, e il fugace passaggio alla testata della valle Pesio. E' un ritorno brusco alla civiltà delle automobili: impianti di risalita per il circo bianco dello sci, residence, alberghi.Il paesaggio, nel corso della giornata, è molto cambiato.Dal rifugio Garelli abbiamo costeggiato i ripidi versanti settentrionali del Marguareis, per poi attraversare la Conca delle Carsene, straordinario ambiente di nuda roccia, e rade praterie fiorite. Il momento è magico: lingue di neve alimentano le doline e gli inghiottitoi e tutta quell'acqua è quella che riappare molto più in basso, con le spettacolari cascate del Pis del Pesio e della gole delle Fascette in val Tanaro. Ancora segni della presenza del lupo sul nostro cammino.Impronte fresche tra il Marguareis e il colle di Tenda, altri escrementi sulla conca delle Carsene. Le guardie del parco delle valli Pesio e Tanaro raccolgono i preziosi reperti, che saranno analizzati per confermare che proprio di lupo si tratta. Difficile dire quanti sono: i lupi si spostano velocemente, coprono in una notte distanze notevoli. I guardiaparco raccontano dell'ostilità verso questo animale. I pastori subiscono indubbiamente un danno, anche se il prelievo di animali domestici rappresenta meno del 10% della loro dieta. Vengono predati di preferenza caprioli, camosci, cinghiali e mufloni, questi ultimi introdotti dall'uomo a scopo venatorio. Se i lupi aumentano, è perché aumenta la fauna di cui si nutrono e che di fatto contribuiscono a tenere sotto controllo. A dire il vero, in territorio italiano il fenomeno delle predazioni è limitato. Rispetto alla Francia, dove le greggi sono molto grandi e gestite allo stato brado, in Italia gli allevamenti hanno meno capi, sono orientati alla produzione di formaggi e non di carne, e il controllo sugli animali è assai più puntuale.Tra i compiti del parco c'è anche quello di mediare proprio tra le esigenze dei contadini di montagna e la tutela dell'ambiente. Il lavoro, ci dicono, è lungo e difficile. Sono stati studiati specifici protocolli che il pastore può seguire per difendere i propri animali dal lupo. E' stato incentivato l'uso di cani pastore di razza maremmana, che nei giorni scorsi abbiamo visto "allavoro": cani talmente efficienti che ci siamo tenuti a debita distanza. Qualche risultato si ottiene, ma non è facile modificare comportamenti consolidati. Spesso è difficile anche contrastare le leggende metropolitane, che raccontano di lupi introdotti dagli enti parco e di vipere gettate dagli elicotteri.
[italiano] Piste e prati
Nòvas d'Occitania -
Mon, 01/06/2009 - 11:00
Non c'è contrasto più forte di quello tra una pista da sci e un pascolo. Tra il col di Tenda, Limone e Limonetto piste e prati stanno a breve distanza. Rada erba artificiale da una parte, ricchi prati fioriti di asfodeli dall'altra.Oggi saliamo sul versante giusto, sul Pian Madoro dove pascolano vacche piemontesi. Il traffico della statale del col di Tenda è alle spalle e così i palazzi di Limone e gli impianti sciistici. Apprendiamo che il posto tappa Gta di Limonetto non esiste più e che molti stranieri che percorrono la Grande Traversata delle Alpi si fanno portare all'imbocco del sentiero in taxi, giusto per evitarsi quei tornanti così trafficati, un vero martirio per chi va a piedi. E' inutile farsi illusioni, il turismo del circo bianco dello sci, degli impianti e delle seconde case, non è compatibile con l'escursionismo e con le altre attività sportive a basso impatto. O c'è l'uno o c'è l'altro. O ci sono le piste, o ci sono i pascoli con le vacche. E le vacche le ritroviamo alla fine della giornata, dopo il complicato attraversamento del passo di Ciotto Mieu, m 2274.Nella notte è nevicato: anche trenta centimetri coprono le pietre sulla parte alta del percorso, nascondono i rari segnavia della Gta. Festeggiamo così il solstizio d'estate, sferzati dal vento gelido e dallo spauracchio di un temporale pomeridiano.Ritroviamo - dicevo - le vacche. A Pallanfrè, frazione abbarbicata su un versante boscoso dell'alta val Vermenagna, sul sentiero transita una mandria di vacche piemontesi. Esce dalla stalla dopo la mungitura, diretta al pascolo serale e notturno. Sono le 140 vacche dell'azienda Isola, gestita dal2002 dalla famiglia Giordano. Che ha fatto una scelta in controtendenza. Se tutti lasciavano la borgata per trasferirsi in fondovalle, i Giordano, che a Pallanfrè venivano in alpeggio, hanno deciso di stabilirvisi. Estate e inverno, con una stalla fatta venire espressamente dall'Alto Adige, bella e funzionale, tanto che tutti i turisti la fotografano. Ci è voluto molto lavoro, qualche aiuto dalla comunità montana, il supporto del parco regionale delle Alpi Marittime. Ma soprattutto il coraggio di una scelta accolta con diffidenza dagli altri pastori.Non è poi così improbabile, ci dicono, trascorrere l'inverno a 1379 metri. I vecchi lo hanno sempre fatto. Il lavoro è duro e ci si sveglia ogni mattina alle 6. D'altra parte anche chi va in fabbrica o in ufficio si sveglia a quell'ora, e non ha la fortuna di affacciarsi su una valle boscosa e ricca di acqua, con quel cielo e quella corona di vette.
